Simulazione sull'inflazione e l'occupazione: il tasso d'interesse neutrale negli Stati Uniti potrebbe rimanere elevato
汇通网10月6日讯—— Le scorte in esaurimento spingono l’inerzia inflazionistica dei prezzi del petrolio, il mercato del lavoro si allenta ma resta solido: il tasso di interesse neutrale degli Stati Uniti potrebbe rimanere elevato più a lungo del previsto.
Il futuro del tasso di interesse neutrale degli Stati Uniti dipende da due forze che si tirano in direzioni opposte: una proviene dal settore energetico, l’altra da quello occupazionale.
L’avvertimento sulle scorte da parte del CEO di Aramco Nasser ha portato in primo piano la flessibilità inflazionistica dei prezzi del petrolio – le scorte mondiali disponibili sono inferiori al 10% del totale e potrebbero servire due anni per ricostruirle; l’energia rende l’inflazione “facile da risalire, difficile da scendere”. Sul fronte del lavoro, un’analisi microeconomica della Federal Reserve di St. Louis mostra che il picco della domanda è stato raggiunto già nell’aprile 2023 e ora il mercato si sta spostando da una condizione di estremo rigore verso un allentamento moderato, smantellando silenziosamente la rigidità inflazionistica.
Due forze che si compensano, mantenendo alla fine i tassi politici a livelli difficili da abbassare – questo è il tema del presente articolo: come il braccio di ferro tra prezzi del petrolio e mercato del lavoro determinerà la persistenza del tasso neutrale degli Stati Uniti su livelli elevati.
Lato petrolio: l’avvertimento sulle scorte del CEO di Aramco e il suo impatto sull’inflazione statunitense
Il discorso del CEO di Saudi Aramco Nasser al London Energy Intelligence Forum ruota attorno ad un avvertimento: “le riserve si stanno esaurendo”.
I dati forniti sono molto chiari: prima della crisi, le scorte commerciali globali ammontavano a circa 10 miliardi di barili, ora meno di 6 miliardi, e di questi, davvero disponibili forse meno del 10%, definendo la situazione come “pericolosamente sottile”.
Le guerre hanno causato una perdita cumulativa di circa 3 miliardi di barili nella fornitura, il mercato ha colmato il divario estraendo più di 1 miliardo di barili dalle scorte: questa riserva rappresenta l’ultimissima linea di difesa.
Anche se lo Stretto di Hormuz dovesse riaprire completamente e la fiducia fosse ristabilita, potrebbero volerci fino a due anni per ricostruire tali scorte;
per soddisfare sia il reintegro delle riserve che la domanda quotidiana, nei prossimi 18 mesi sarebbero necessari ulteriori 2 milioni di barili al giorno a livello globale.
Per gli Stati Uniti, la trasmissione si concentra sui prodotti raffinati: le raffinerie mediorientali sono state danneggiate, i prezzi dei carburanti aumentano più rapidamente del prezzo del greggio, le raffinerie cinesi hanno interrotto le esportazioni per garantire il mercato interno, e il margine di raffinazione di diesel e benzina è rimasto su livelli elevati.
Benzina e diesel rappresentano le componenti più sensibili e ponderate nel CPI statunitense, costi percepiti direttamente dalle famiglie – ogni piccolo rialzo si riflette sui costi logistici e di trasporto, influenzando infine i prezzi generali.
Questo significa che il settore energetico ha aggiunto una “molla” all’inflazione USA: più basse sono le scorte e più ridotti i margini di sicurezza, qualsiasi nuovo shock verrà amplificato in picchi di prezzo più ripidi, rallentando continuamente il processo di discesa dell’inflazione.
Occupazione negli Stati Uniti: la temperatura reale dalla microprospettiva
Dall’ultima ricerca pubblicata dalla Federal Reserve di St. Louis, emerge un mercato leggermente diverso dai numeri macroeconomici.
Il tasso di disoccupazione nazionale è rimasto al di sotto del 4,5% per quasi cinque anni, uno dei periodi di bassa disoccupazione più lunghi nella storia moderna: la base della domanda è effettivamente ancora presente.
Ma ciò che merita maggiore attenzione è la struttura – il picco della domanda di lavoro si è avuto nell’aprile 2023 e, successivamente, molte aree hanno registrato un netto raffreddamento, anche se la media nazionale ha diluito tale raffreddamento.
Il segnale micro più evidente è che i “benefici della scarsità non sono immuni”: nelle regioni più colpite dalla pandemia i giovani lavoratori si sono ripresi più lentamente; e anche nei mercati estremamente rigidi, con tassi di disoccupazione inferiori al 3%, i vantaggi occupazionali accumulati dai giovani non sono sufficienti a proteggerli contro il futuro rallentamento.
In altre parole, il mercato del lavoro sta passando da una condizione di estremo rigore verso una neutralità leggermente più morbida, e i primi a percepire il raffreddamento sono i gruppi meno esperti e con meno competenze – la loro vulnerabilità occupazionale è spesso il primo segnale di avvertimento.
Prospettive occupazionali: il braccio di ferro tra resilienza e rallentamento
Guardando al futuro, il mercato del lavoro sembra più una partita tra resilienza e rallentamento.
Da un lato, il tasso di disoccupazione rimane basso, le offerte di lavoro sono diminuite ma non sono crollate, la domanda di servizi è ancora sostenuta, e a breve non ci sono segni di un peggioramento repentino; dall’altro, il picco della domanda è stato superato, la differenziazione strutturale si accentua e il rallentamento nella crescita dei salari prepara terreno a una trasmissione più mite dei prezzi – il preludio a un possibile allentamento della pressione inflazionistica.
La chiave sta nei tempi: se l'occupazione dovesse solo “raffreddarsi moderatamente”, la Federal Reserve otterrebbe tempo per osservare con calma;
ma se il raffreddamento evolvesse in un indebolimento sistemico, a diminuire non sarebbero solo i salari, ma anche la domanda complessiva – a quel punto l’effetto di trascinamento sull’inflazione del mercato del lavoro si scontrerebbe apertamente con le pressioni al rialzo dall’energia.
Direzione del tasso neutrale: difficile da ridurre
Unendo i fili di petrolio e lavoro alla Federal Reserve, l’orientamento del tasso neutrale appare piuttosto chiaro.
Gli shock all’offerta energetica continuano a sostenere l’inflazione, mentre il mercato del lavoro esercita lentamente pressioni al ribasso: il risultato del bilanciamento di queste due forze sarà, con alta probabilità, un’inflazione più “vischiosa” rispetto alle aspettative – né scende rapidamente, né sale fuori controllo.
Questo contesto implica che i tagli dei tassi saranno alquanto misurati: finché l’inerzia inflazionistica persiste e i margini di sicurezza energetici restano sottili, la Federal Reserve difficilmente potrà abbassare i tassi in modo consistente e ripetuto, rendendo più probabile uno scenario di “tassi più alti per più tempo”.
In termini di mercati: in futuro il tasso neutrale probabilmente rimarrà su un livello leggermente superiore rispetto ad oggi, piuttosto che scendere rapidamente.
Per il dollaro, ciò implica un sostegno relativamente forte e uno spazio di deprezzamento limitato; per l’oro e gli asset rischiosi, tassi elevati rappresentano sempre un fattore di pressione.
Le vere incognite restano due: se i prezzi del petrolio verranno spinti nuovamente al rialzo da nuovi shock di fornitura, e se il “raffreddamento moderato” del mercato del lavoro si trasformerà in un “chiaro indebolimento”. Il primo alimenterebbe l’inflazione, il secondo deprimerebbe la domanda: quale dei due prevarrà, determinerà se il tasso neutrale resterà alto o sarà costretto a trovare uno sbocco verso il basso.
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